In principio c’è la natura: contributi dell’evoluzionismo al concetto di benessere – di Giorgio Piccinino


Sommario

In queste riflessioni, partendo dai più recenti contributi dell’evoluzionismo, cerco di fornire un’identità comune per i counselor in relazione al concetto di benessere. Stare bene, provare gioia e contentezza per gli esseri umani coincide con una vita che realizza le caratteristiche specie specifiche. Proviamo gioia e viviamo in modo sano quando realizziamo fino in fondo la nostra essenza di esseri umani, quando cioè soddisfiamo con continuità le pulsioni con cui nasciamo da migliaia di anni. Al contrario proviamo una grande sofferenza e adottiamo comportamenti irrazionali e insani quando le nostre propensioni alla sopravvivenza, all’attaccamento, alla conoscenza o all’autorealizzazione vengono frustrate o deviate.

Parole chiave: evoluzionismo, benessere, appartenere, sopravvivere, autorealizzarsi, conoscere.

Devo confessare che questa relazione è piuttosto ambiziosa.
Mi sono chiesto se i counselor, come ruolo professionale in questa società, in questo periodo storico, possono trovare un minimo comun denominatore valoriale che ci faccia identificare maggiormente?
Nella definizione di counselor e negli atti caratterizzanti c’è la nostra riconoscibilità, ci sono i nostri confini, ci sono i nostri ambiti interni, c’è la nostra missione: in sintesi possiamo dire che realizziamo il nostro ruolo professionale migliorando la qualità della vita delle persone e alleviando la sofferenza, operando nel privato o negli ambienti di lavoro.
Ma in tutte le nostre attività, ovunque le svolgiamo, con qualsiasi tecnica o metodologia, con qualsiasi tipo di cliente, possiamo avere in comune un’idea di benessere e di qualità della vita? C’è un punto fermo per i counselor nonostante tutte le loro diversità di impostazione, di filosofia, di priorità?
Di quale benessere parliamo?
Cos’è il benessere? E il benessere di cui parliamo noi counselor ci identifica?
Ho cercato da molti anni di uscire da una specie di narcisismo autoreferenziale della psicologia e della psicoterapia occidentale, ho cominciato a leggere e a seguire studiosi di altre discipline e di contesti culturali diversi dal nostro.
Del resto fino a una trentina d’anni fa sembrava molto più proficuo cercare di capire com’è fatto un essere umano osservando più le persone malate, nevrotiche, devianti, che quelle sane.
Storici, biologi, evoluzionisti, neuroscienziati, linguisti, medici, teologi, antropologi, giornalisti, filosofi, ornitologi (sì perfino loro), in moltissimi hanno però recentemente cominciato a far evolvere le nostre conoscenze su cos’è un essere umano e cosa lo rende felice.
Cominciamo col dire che già da molti anni gli studiosi si sono accordati su una prima affermazione: c’è una Natura Umana Comune che si è consolidata in milioni di anni di evoluzione e che ha fatto un salto evolutivo straordinario negli ultimi 30.000 anni, da quando cioè ha cominciato ad ampliarsi la corteccia prefrontale.
6 o 7 milioni di anni fa quegli ominidi alti poco più di un metro sono usciti dalle foreste e si sono messi in posizione eretta. Forse è stato questo il nostro uscire dal Paradiso dove ogni bisogno era soddisfatto e ogni nostra azione era finalizzata senza errore o indugio alla sopravvivenza, dove ogni nostro comportamento era automatico e definito da un corredo istintivo rassicurante e ripetitivo.
Non fu proprio una cacciata dall’Eden, ma probabilmente, dicono gli evoluzionisti, abbiamo perso la sicurezza di una perfetta fitness con l’ambiente. Probabilmente siamo cresciuti troppo di numero e siamo dovuti andare a cercare di che vivere da altre parti.
Cominciò così per quegli ometti non particolarmente forti, senza corazze naturali, non più mimetizzabili fra le fronde, senza aculei né veleni, una battaglia per la sopravvivenza che dev’essere stata, pensandola ora, veramente epica e piena di morti, in ambienti del tutto diversi da quello di partenza e particolarmente ostili.
Penso a quanti nostri avi devono essere morti reagendo al pericolo nello stesso modo previsto dal loro atavico istinto di sopravvivenza sedimentato in milioni di anni di vita sulle piante. Per milioni di anni a ogni minimo fruscio quei tipetti si immobilizzavano, chiudevano gli occhi per non far vedere il bianco facilmente visibile nel buio del bosco, trattenevano il respiro, facevano battere più forte il cuore per mandare tutto il sangue agli arti per essere pronti a quel balzo che forse era l’ultima possibilità di sopravvivenza.
I nostri neonati fanno ancora così quando si sentono minacciati, poi urlano e piangono, ma prima cercano ancora di non farsi vedere chiudendo gli occhi e immobilizzandosi.
Pensate che carneficina quando i primi, cercando cibo nelle savane, si sono visti aggredire da qualche elefante o ghepardo e hanno cercato di mimetizzarsi … nel nulla.
Mi sono un po’ dilungato con questo esempio per far capire cosa dev’essere stato cominciare a trasgredire i nostri meccanismi istintivi e inventarci un pensiero divergente, anzi ancora di più, inventarci le opzioni di comportamento, l’immaginazione, il pensiero simbolico, previsionale e capace di riflettere su se stesso mettendo in dubbio i propri comportamenti.
La neo corteccia dell’homo sapiens è diventata enorme rispetto al corpo, il nostro cervello ha dovuto costruire metri e metri di circonvoluzioni crescendo dentro se stesso per mantenersi in una grandezza accettabile e però contenere milioni di cellule e miliardi di sinapsi per collegare tutte le informazioni di cui avevamo bisogno per funzionare a questo livello di specializzazione multipla. Un sistema di funzionamento molto dispendioso, molto faticoso da gestire, molto delicato da trattare.
Per questo nasciamo così prematuri, perché abbiamo una testa abnorme (Dunbar, 2011). Hanno calcolato che se teniamo il rapporto consueto in natura fra peso, altezza, tempo per diventare autonomi, durata della vita, tempo di maturazione dei feti, ecc. i cuccioli d’uomo dovrebbero venire alla luce dopo 21 mesi dal loro concepimento.
Ma questo sarebbe impossibile per dei bipedi che per stare in piedi nella posizione eretta devono avere un bacino molto stretto. La testa dei neonato non sarebbe passata più, nonostante sia plastica e le pelvi delle donne elastiche. Così la natura ci anticipa di un anno la venuta al mondo. Una cosa incredibile tenuto conto che quel cervello appena venuto alla luce non è ancora biologicamente completato.
Questo dovrebbe anche farci pensare a quanto quel neonato ha ancora bisogno di accudimento per mantenere sana e naturale la sua formazione.
C’è un’altra informazione di cui dobbiamo tener conto ed è relativa al tempo che necessita a un essere umano per diventare autonomo, nel senso di capace di provvedere a se stesso. Un tempo veramente lungo rispetto alla durata della vita media, un quarto della vita per imparare a stare al mondo, contro un decimo o più degli altri esseri viventi! Naturalmente la quantità di cose che dobbiamo imparare noi è elevatissima, abbiamo un cervello complicatissimo e molto fragile da far funzionare.
E dunque, perduti quei comodi e rassicuranti istinti come nasciamo?
Nasciamo con pulsioni universali comuni che si evidenziano prestissimo e prepotentemente, sono orientamenti, predisposizioni, spinte che si esprimono indipendentemente dai fattori culturali, ma che dalla cultura dipendono per la loro realizzazione.
Ovviamente la prima pulsione è quella alla sopravvivenza, e questa ci accomuna a tutti gli esseri viventi ed è ancora un impulso che è in buona parte gestito in automatico dal nostro cervello rettiliano (Mac Lean, 1984), ma a questa pulsione si sono messi al servizio sistemi di funzionamento appresi successivamente nell’evoluzione, proprio per escogitare nuove strategie di sopravvivenza.
Nel nostro viaggio out of Africa di fronte a diversissimi ambienti in cui sopravvivere abbiamo dovuto apprendere individualmente e diversificarci sempre di più scoprendo la possibilità di pensare in modo creativo e multiplo.
Il salto evolutivo è stato possibile proprio perché ognuno di noi ha potuto mettere al servizio del gruppo un pensiero divergente, capace di affrontare le diversità in modi nuovi e personali.
Questo percorso evolutivo è ben evidente nel suo ripetersi ontologico dal momento del concepimento dei nostri feti fino e oltre la nascita.
I nostri piccoli ripercorrono in pochi mesi l’evoluzione della specie riproducendo passo dopo passo la filogenesi (Gould 2013): da un ovulo fecondato, attraverso i molti stadi dell’evoluzione, passiamo da un essere con-fuso indifferenziato e simbiotico a un individuo che finalmente percepisce, ma solo dopo essere venuto alla luce, la presenza dell’Altro e di un Sé separato.
Questa necessità biologica ed evolutiva alla differenziazione resterà per sempre dentro di noi come pulsione di autorealizzazione, di identificazione; è la spinta a essere se stessi, a fare a modo proprio, a essere creativi, a dire “NO”, perfino, alle richieste del nostro stesso ambiente, ecc.
Ma prima di tutto siamo in simbiosi con il corpo della madre, un corpo a disposizione, caldo e rassicurante che fornisce tutto quello che ci serve per nascere.
Con quel corpo il feto convive in uno stato di benessere globale fino al momento della separazione, sia fisica che psicologica, ed è da quello stato di benessere che, per la prima volta, “vede” la madre. E le sorride.
Da quel momento il bambino offre se stesso e cerca il contatto.
Offre affetto, gesti di avvicinamento e di esplorazione, inizia (Stern 1985, Ammaniti e Sorese 2014) una danza con quella donna fatta di riconoscimenti e rispecchiamenti reciproci, che non possono che essere confermati e sostenuti. Il neonato offre il suo affetto come gesto istintivo di appartenenza, fiducioso e incondizionato, perché il legame affettivo (la co-appartenenza, come la chiamano gli antropologi) è stato da sempre per il genere umano un altro cruciale fattore di successo per la sopravvivenza, sia nel legame bambino-care giver che nella comunità di appartenenza.
Così è per tutti gli esseri viventi di gruppo, dove ci si sostiene reciprocamente per sopravvivere.
L’offerta di relazione pacifica e affettiva è nella nostra natura più profonda.
L’altruismo (De Waal 1997, Tomasello 2010, Pievani 2014), il senso della giustizia, il concetto di bene comune, la socialità e poi, per i gruppi più grandi, la necessità di proteggere con norme e regole il vivere insieme (Nowak 2012), sono da sempre caratteristiche del genere umano, anche se, come dicevo, molto meno vincolanti (ahinoi) che per molti altri animali.
E poi abbiamo imparato … a imparare, a conoscere, a scambiare informazioni, a crescere ed evolvere, a prevedere i pericoli e a prepararci, a riflettere sul mondo e su noi stessi, a fare scienza e a tramandarla.
Anche qui, basta guardare un bambino per vedere la sua incessante, se sostenuta, sete di conoscenza. Basta vedere come non si accontenta di quello che sa, basta vedere come chiede “perché?”, come cerca e come gioisce a far vedere quello che sa. E poi al servizio di queste pulsioni abbiamo inventato il linguaggio, per comunicare, per esprimerci meglio, per capirci e darci delle norme sociali, e poi l’astrazione, la creatività, il pensiero astratto e simbolico, e l’arte. E la musica, e la religione ecc.
Ma quello che più mi preme sottolineare è che solo da poco gli studiosi stanno evidenziando che l’evoluzione di milioni di anni offre oggi ai nostri occhi un neonato meraviglioso, il meglio che la natura stessa abbia potuto fare fino a ora. E ricordo che in natura, non vince il più forte o il più competitivo, come si pensava un tempo, ma chi si adatta meglio al suo ambiente e sa cooperare (Sennet 2012, Brooks 2012, Novak 2012, Pievani 2014).
Credo di poter dire che la progressiva possibilità di scegliere i nostri comportamenti ci richieda ora un nuovo, comune e “grandioso” senso di responsabilità (che meriterebbe forse menti ben più chiare e razionali).
Ora che in molte parti della terra oltre che esistere per sopravvivere possiamo anche vivere per dare un senso all’esistenza e interrogarci sul significato della nostra vita è arrivato il momento di sentirci anche responsabili non solo del pianeta in cui viviamo, ma anche della natura stessa del nostro essere degli “esseri viventi” molto, ma molto speciali. Dobbiamo occuparci di noi e forse proteggerci molto di più.
Ma guardiamolo allora bene e da vicino questo neonato mentre nasce simbiotico e indifferenziato, legato indissolubilmente a sua madre, lo vediamo assaporare e vivere le prime gioie e i primi dolori in un attaccamento affettuoso, amorevole, fiducioso, dipendente.
E anche così è da subito curioso, esplorativo: tocca, succhia, manipola, conosce e riconosce, si innervosisce se qualcosa non va e si acqueta immediatamente quando il suo bisogno di cibo e accudimento è soddisfatto.
Se sta solo troppo urla la sua paura di perdersi, se sente dolore piange per segnalare il suo malessere, se viene allattato si pacifica col mondo intero.
Eccolo dopo due mesi differenziarsi, sembra quasi uno scarto improvviso, e le mamme lo colgono immediatamente, perché il suo primo gesto allora è un sorriso amoroso. E non è un riflesso dei sorrisi delle mamme perchè sorridono anche i bambini ciechi (Fraiberg 1999) è il suo gesto d’affetto, è il suo riconoscere l’oggetto che da sempre ha percepito a sua disposizione, è la sua pulsione affettiva che da sempre si posa sul suo primo simile riconosciuto a cui essere riconoscente.
E poco dopo ecco i suoi NO, le sue prime manifestazioni di differenziazione e di autonomia, e poi capisce, impara, e riflette. E’ felice, se tutto va bene, no?
E in tutto questo ripetere l’evoluzione del genere umano, ogni tappa è prevista con minimi scarti temporali in tutte le culture e in tutte le razze (Eibl-Eibessfeldt 1993) in ogni parte del mondo l’esprit vitale si estrinseca allo stesso modo con gesti molto simili e un funzionamento emozionale di supporto inizialmente perfetto.
Ecco come nasciamo, questa è la Natura Umana, questo il nostro punto fermo, il sacro tempio da custodire riconosciuto, del resto, da culture millenarie e dalle più condivise religioni (Panikkar 2005)

Una natura:
ENERGETICA, RIPRODUTTIVA, PROTETTIVA, DIFENSIVA/AGGRESSIVA
ALTRUISTA, FIDUCIOSA, COOPERATIVA, AFFETTUOSA
CURIOSA, ESPLORATIVA, ASSETATA DI CONOSCENZA, INTELLIGENTE
DIFFERENZIATA, INDIVDUALE, AUTOCENTRATA, SPIRITUALE

Dobbiamo dunque considerare la nostra natura sacra e meravigliosa e le nostre pulsioni un tesoro da proteggere, perché dipenderà sempre più da noi conservare questa “grande bellezza” che si dibatte fra le mani incerte e spesso deteriorate di una madre, di un padre, di un insegnante e di una cultura.
L’homo sapiens, come dicevo, perdendo in milioni di anni la sicurezza e la “giustezza” automatica dei suoi gesti, ha dovuto però scontrarsi proprio con l’incertezza e l’errore, con la coscienza ansiogena della propria finitudine, con l’angoscia della morte, della malattia e delle carestie, con il dolore e la rabbia per le perdite, con il senso di un pericolo costante.
E’ così che è nata la confusione, l’angoscia, la rabbia, la ferocia, la malattia mentale, il male insomma.
Abbiamo pagato caro il “libero arbitrio”, la conoscenza, la coscienza, la riflessività.
La mente umana è diventata cagionevole anche solo per il fatto che le pulsioni, per attivarsi adeguatamente, hanno la necessità di essere rinforzate, accudite, a volte stimolate e altre limitate, e poi equilibrate fra loro.
Molti sapiens si sono estinti, altri si sono perfino fatti fuori reciprocamente, altri hanno schiavizzato i propri simili trovandosi più avanti nella strada della creazione di tecniche di sopravvivenza, molti gruppi umani si sono perfino estinti per forme di inconsapevole autodistruzione, eppure la specie non solo è sopravvissuta, ma è proliferata, ha allungato la vita, è progredita e si è impadronita del pianeta.
Quella natura umana non è cambiata, siamo ancora i coltivatori e gli allevatori di prima, nasciamo sempre più precoci e moriamo più tardi, ma siamo pur sempre affettuosi e generosi, curiosi e creativi, gruppali e autonomi e molto, molto delicati mentalmente. Vogliamo sopravvivere ed espanderci, fare figli e conservarci, difendiamo il territorio e i nostri cari, uccidiamo se ci sentiamo in pericolo e proviamo compassione se siamo sereni.
Il problema è che le nostre pulsioni non sono obblighi, sono propensioni che, a seconda di come vengono accolte possono realizzarsi, esaltarsi o negarsi. Il tempo lunghissimo in cui i piccoli degli esseri umani si formano è la dimostrazione da una parte delle complessità da imparare e dall’altra della delicatezza di tutto il sistema.
Siamo dei potenziali geni, ma fragilissimi e, per moltissimi secoli e in molte culture, in balia di conoscenze psicologiche insufficienti.
Nasciamo tutti innamorati a rischio di rifiuto e indifferenza.
Nasciamo tutti curiosi e intraprendenti a rischio di frustrazione e bocciatura.
Nasciamo tutti OK a rischio di NON OK-NESS.
O come dice perfettamente Telmo Pievani: siamo “evoluti e abbandonati” (Pievani 2014)
Ed eccolo allora il male, la banalità del male, mai quanto dopo l’olocausto abbiamo potuto studiare il male, ora finalmente sappiamo (Anders 2003, Arendt 2004, Zimbardo 2008, Bauman 2013) che il male è dovuto proprio alla frustrazione delle nostre pulsioni naturali.

La mancanza d’affetto e d’amore con i propri simili, la solitudine, lo spaesamento (appartenenza)

La perdita dell’immaginazione, della capacità di pensare con la propria testa, la noia di una vita mortificata, ripetitiva e povera dell’adrenalina del cambiamento (conoscenza)

La mancanza del senso di protezione e sicurezza, la paura di essere sopraffatti a ogni angolo, la perdita dunque della pace interiore e della serenità (sopravvivenza)

La rinuncia alla propria individualità, la sottomissione, perfino a un’autorità folle, la reificazione, l’alienazione del sé (autorealizzazione)

Tutto questo genera stress, ansia, angoscia, comportamenti difensivi, depressi o ritirati, oppure all’opposto aggressivi verso se stessi o i co specifici.
Le nostre incertezze e le nostre follie per millenni ci hanno fatto pensare a un Homo homini lupus in balia di un istinto aggressivo, la psicoanalisi ci ha abituato a libido sessuali da contenere e combattere, il cattolicesimo ci ha convinto di avere un peccato originale, di superbia addirittura, da espiare, come fossimo noi il teatro di una guerra epica fra il bene e il male dentro di noi. Filosofi, psicoanalisti, religiosi, dittatori, la maggior parte maschi, tutti contro questo cucciolo e le loro madri, tutti pronti per lo più a giustificare i propri limiti e le proprie inclinazioni con una auto assolutoria natura “cattiva” di cui non sentirsi responsabili.
Per fortuna non tutti sono stati così d’accordo con questa concezione del genere umano.
Anche cattolici, anche psicoanalisti, anche filosofi, ma soprattutto studiosi veri della natura umana, molti hanno sostenuto il pensiero della nostra bellezza originaria: in principio era la gioia (Fox 2011)!
Per citarne qualcuno: Mattew Fox e Vito Mancuso contraddicono Sant’Agostino, Eric Fromm, Eric Berne, John Bowlby, Pierre Janet e tantissimi altri superano l’impianto freudiano, il Dalai Lama e Raimon Panikkar contestano Shopenhauer, Darwin il creazionismo, e via così.
Non è certo una querelle fra ottimisti e pessimisti, quanto piuttosto una ricerca molto più accurata e scientifica su cos’è la natura umana.
Nei secoli passati le culture dominanti, soprattutto in occidente, ci hanno fatto dimenticare proprio la nostra, naturale, bellezza (Diamond 2013) e soprattutto cos’è il malessere e il benessere per il genere umano.
Noi nasciamo autocentrati, ma anche altruisti, ma è la cooperazione ad aver favorito il nostro successo evolutivo così come la capacità di pensare con la nostra testa in maniera deviante rispetto a chi ci ha preceduto.
Noi nasciamo conservatori e innovatori, e infatti non esiste esploratore, sano di mente, che non senta la necessità di avere alle spalle la presenza protettiva di una base sicura. Anzi è proprio l’interiorizzazione di una base sicura la conditio sine qua non di una coraggiosa esplorazione. E così è per l’amore (Piccinino 2010).
E’ l’equilibrio fra le nostre sacre e millenarie propensioni il segreto del nostro successo come individui e come specie e, forse quel che qui conta di più, della nostra felicità: dunque autocentrati e altruisti, conservatori ed esploratori.
Ma come sappiamo che le nostre pulsioni sono veramente convenienti, come sappiamo che sopravvivere, fare figli, essere affettivi e generosi, studiare e imparare, fare a modo nostro e differenziarsi è la nostra natura, al di là del vederne ancora la permanenza, come orientamento specie/specifico in milioni di anni?
A parte qualche filosofo antico (Epicuro fra tutti) e più recente (Spinoza, ma chissà quanti altri che non so) è solo di recente che abbiamo cominciato a occuparci di felicità e di emozioni. Eppure è sotto gli occhi di tutti noi cosa ci rende felici e dunque ci dà benessere, ed è, mi pare, la quadratura del cerchio: ci dà benessere tutto quello che rende possibile la realizzazione della nostra natura.
Siamo felici quando ci innamoriamo e proviamo sentimenti affettivi verso i nostri simili, siamo felici quando sopravviviamo in armonia e tranquillamente nel nostro ambiente fisico, siamo felici quando ci autorealizziamo individualmente in quello che facciamo, siamo felici quando impariamo qualcosa di nuovo e lo tramandiamo.
Insomma la gioia è il premio emozionale per la realizzazione delle nostre pulsioni naturali, è il comportamento stesso che realizza la nostra natura a essere gioioso.
In un certo senso è come dire “la virtù premia se stessa” (Socrate, Pomponazzi, Spinoza). Dopo Robert Plutchik (1983), forse è stato Damasio (1999, 2000, 2003), a chiarire nel modo più completo la funzione delle emozioni come salvaguardia della nostra naturalità.
Le emozioni sono marcatori somatici di eventi esterni e interni che ne “misurano” il valore e lo comunicano in tempi rapidissimi alla nostra struttura cognitiva (che speriamo poi sappia che farsene): “non deliberano per noi; assistono il processo illuminando alcune opzioni (pericolose o promettenti) … un sistema di automatica qualificazione delle previsioni che opera – lo si voglia o no – valutando i più diversi scenari… li si può immaginare come dispositivi che attribuiscono un segno” (Damasio 1995)
La gioia (e dunque il benessere e la felicità) scaturisce quando soddisfiamo le nostre pulsioni, mentre dolore, paura, rabbia sono le emozioni arcaiche e ancestrali che ci avvertono che stiamo vivendo male. Le emozioni sono in buona parte predeterminate, frutto di un lunghissimo processo di selezione naturale che ha fatto sì che fossero accordate a regole naturali, iscritte nel patrimonio genetico del cervello più antico. (Mac Lean 1984)
La sofferenza è prima di tutto la perdita degli elementi costitutivi della nostra natura di esseri umani, la rinuncia, la distorsione, la sublimazione, della nostra affettività, della nostra armonia psicofisica con l’ambiente, della nostra conoscenza evolutiva, della nostra unicità auto realizzativa.
E dunque quali sono i mali peggiori per un essere umano?

  1. Gli attacchi alla pulsione di sopravvivenza, prima di tutto, e al benessere psicofisico: il sentire a rischio la vita, la paura di morire, il rifiuto materiale e la negazione delle cure materne, la negazione della base sicura. Le ingiunzioni a non esistere e a non essere sani, diciamo noi Analisti Transazionali.
  2. Gli attacchi alla pulsione di appartenenza: la negazione dell’amore e dello scambio intimo e affettivo, la frustrazione degli slanci affettivi e di quella intersoggettività emozionale (Ammaniti e Gallese 2014) che qualifica l’altro come importante.  Le ingiunzioni ad appartenere, a provare emozioni e essere intimi, importanti, in reciprocità con gli altri.
  3. Gli attacchi alla pulsione di differenziazione: la negazione a essere se stessi, diversi, indipendenti e autonomi. L’attaccamento simbiotico che trattiene e ingloba, l’omologazione, il conformismo che reifica e mette alla mercè degli altri. Le ingiunzioni a non essere se stessi a non crescere.
  4. Gli attacchi alla pulsione di conoscenza: la negazione della curiosità, dell’intraprendenza, dell’iniziativa individuale, la frustrazione delle capacità del bambino che, manifestandosi sempre con incertezza e timore, sono sempre a rischio di derisione. Le ingiunzioni a non pensare con la propria testa, a non riuscire, a non fare.

A me pare questo alla fine il compito dei counselor, non la salvaguardia della salute psichica degli esseri umani, non una cura di disfunzioni o malattie, ma piuttosto l’aiuto a ritrovare la bellezza originaria.
Il supporto a mantenere la propria umanità pur nella sofferenza e nel disagio, a scegliere e vivere.
L’attenzione alla tenerezza che nella vicinanza che condivide la condizione di fragilità, incertezza e mortalità degli esseri umani.
Lo stimolo per ritrovare e rinvigorire le potenzialità dimenticate e forse ancor di più l’esortazione a vedere e godere di ciò che c’è, in ciascuno e nel creato, di meraviglioso e generativo.
Il counselor, che non è medico, nè psicologo, nè psicoterapeuta, è il “medium” che, in sé con il suo metodo e i suoi atteggiamenti, veicola il “messaggio”: non c’è qui fra noi malattia da curare, ma bellezza da ritrovare, non c’è marcio da estirpare, ma umanità da riscoprire.
Il counselor aiuta a ritrovare l’amatorietà, la curiosità, la creatività, la capacità di conservazione ed evoluzione, aiuta a essere esseri umani.

Anton Chekhov: “L’uomo diverrà migliore quando gli mostrerai la sua vera natura”


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Giorgio Piccinino
Giorgio Piccinino